2026
Memory foam.
Alessandro Di Giugno/Laboratorio Saccardi
Spazio Amigdala
Maggio/Giugno 2026
Castelvetrano TP
Il progetto espositivo “Memory Foam” si configura come un dispositivo di indagine neomaterialista e psicogeogra- fica, in cui la Sicilia non è semplice scenario teatrale del trauma mafioso, ma matrice viscoelastica che ha assorbito, registrato e permanentemente deformato la propria “struttura molecolare”, antropologica e visiva sotto il peso di eventi storici cinematici e violenti. Il memory foam – poliuretano a lenta memoria – diventa qui la metafora scientifica e filosofica perfetta: un corpo che subisce una sollecitazione termica e meccanica estrema, come l’evento di mafia,
la strage o l’assassinio, non ritorna mai allo stato di quiete originario. Ciò che resta non è il ricordo cosciente, ma l’isteresi, ovvero il ritardo della materia nel riprendere la sua forma, che si traduce in una deformazione permanente. Nello spazio di questa flessione irreversibile si colloca il dialogo inedito tra la precisione spettrale della fotografia di Alessandro Di Giugno e l’antropofagia pittorica del Laboratorio Saccardi, due forze estetiche che convergono nel mappare la medesima ferita chimica.
L’operazione fotografica di Alessandro Di Giugno agisce sulla compressione del tempo e dello spazio, operando
una vera e propria cronofotografia dell’assenza. Se il trauma mafioso ha schiacciato il tessuto sociale siciliano, Di Giugno fotografa la depressione della materia un istante dopo che il peso si è sollevato, lasciando l’impronta termica del collasso. Le sue immagini non documentano la cronaca del sangue, ma la sua mineralizzazione nel paesaggio; attraverso una gestione millimetrica del contrasto e della gamma tonale, la luce cessa di essere strumento illuminante e diventa agente chimico di fissazione del trauma. Isolando elementi topografici che recano in sé la memoria molecolare della violenza, i suoi scatti si rivelano radiografie del silenzio siciliano, in cui superfici apparentemente inerti svelano micro-fratture, alterazioni della texture urbana e anomalie prospettiche. La fotografia, in questo contesto, emula il comportamento del polimero: trattiene la spinta, rallenta il tempo di reazione dell’osservatore e congela la realtà in uno stato di sospensione artificiale, dove l’orrore passato è percepibile solo per via di una strana, perturbante quiete geometrica.
Se Di Giugno opera per sottrazione e latenza, le opere del Laboratorio Saccardi rispondono con un’azione di sovra- esposizione materica e cortocircuito iconografico. La pittura non descrive semplicemente il trauma, ma lo re-incarna attraverso una prassi pittorica violenta, stratificata e finanche cinica, che mima la saturazione di decenni di bombarda- mento mediatico. Il Laboratorio Saccardi aggredisce la tela mescolando la memoria storica dei grandi delitti con l’e- stetica pop, il feticismo religioso, il detrito urbano e l’ironia sacrilega, generando un amalgama caotica che intrappola la memoria storica insieme alla sua stessa mercificazione. La pennellata perde ogni funzione decorativa o puramente rappresentativa per farsi materia plastica inerte, dove i pigmenti si stratificano, colano e creano grumi che simulano
la carne e il cemento, i due elementi cardine della narrazione mafiosa isolana tra corpi occultati e sacco edilizio. Nel loro lavoro, l’iconografia del potere e del “contro potere” viene deformata, stirata e liquefatta, trasformando l’opera nell’impronta profonda di un pugno sferrato sulla tela della coscienza collettiva che rifiuta di riassorbirsi.
Il punto di tangenza formale e concettuale tra questi due poli risiede precisamente nella gestione dell’irreversibilità, dando vita a una sintesi viscoelastica in cui il progetto non si offre come denuncia sociale, bensì come un’autopsia molecolare del paesaggio psichico siciliano.
Mentre Di Giugno raffredda il trauma fino a renderlo un cristallo geometrico di pura contrizione visiva, il Laboratorio Saccardi lo surriscalda fino a liquefarlo in una melassa cromatica ipertrofica. Entrambi, tuttavia, testimoniano lo stesso fenomeno fisico: l’impossibilità del ritorno allo stato zero. La fotografia blocca l’attimo della deformazione massima, mentre la pittura ne storicizza la solidificazione chimica. L’interazione tra i due linguaggi genera nello spettatore
una tensione claustrofobica, la sensazione di affondare la testa in un cuscino che, anziché offrire riposo, restituisce la forma esatta dell’incubo che lo ha premuto per anni. La memoria non è più un atto volatile della mente, ma una densità solida, una deformazione strutturale del reale con cui l’arte contemporanea cessa di fare i conti, limitandosi a consta- tarne l’eterna, immanente presenza.
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
https://www.cultweek.com/memory-foam-in-sicilia-la-memoria-e-deformazione-permanente/
Verde, magenta e nero.
Capitolo della germinazione.
Granai ipogei.
07/15 Maggio 2026
Cinisi PA
Testi di,
Stefania Cordone, Helga Marsala, Francesco Piazza, Emilia Valenza.
Capitolo della germinazione.
Ciò che resta dopo il fuoco, oltre la coltre nero carbone, capace di tornare a vivere.
Nelle immagini di questa ricerca, il paesaggio incendiato è depositario di una forza latente, di un germe che resiste
e attende le condizioni per rinascere.
Come il seme custodisce in sé la possibilità di una nuova pianta, così le fotografie nel viraggio in verde 0:255:0,
trattengono una traccia vitale, una promessa di trasformazione.
Immagine e grano, cenere e germoglio, distruzione e continuità, mostrano la tenacia della natura, sottolineano la
responsabilità dell’uomo nei confronti del paesaggio mediterraneo.
Questo capitolo dà continuità alla fragilità che non coincide con la fine.
Alessandro Di Giugno, 2026.
2025
Milano è fenomenale, 2023
Officine Bellotti
Palermo
Dicono che sei fenomenale, moderna, europea, sostenibile, aperta al futuro. Non sono riuscito ad amarti, ero convinto di trovarti fatta, laccata, possibilista, mi sei sembrata periferia, come foresta.
Ti sei fatta fotografare tanto nuda. Tradito ti ho osservata mentre il tuo uomo se ne andava con una elettro-bicicletta accroccata, tanti facevano trap senza un capro espiatorio.
Metti paura, sei territorio?
Ciao.
Alessandro Di Giugno, Giugno 2023
Alessandro Di Giugno demistifica l'icona della Milano da cartolina, scompaginando la sua narrazione in un'installazione fotografica composita. Alle Officine Bellotti dal 18 giugno (ore 18). Gli scatti sul selciato, tra Lambrate e il realismo magico di Alessandro Di Giugno: il graffio delle periferie maranza; incendiate di fughe su motorini accroccati; e poi, ancora, il tempo dell’aperitivo impressionato in scatti da strada – tra la morte del più importante mito politico italico del dopoguerra (i funerali di Silvio Berlusconi) e i personaggi notturni, resi come oggetti di design sospetti, che sembrano metterti in guardia da qualcosa. Alessandro, palermitano di nascita, vive in un limbo tra Palermo e Milano: tra le promesse scadute di una periferia globale ormai in dismissione perenne e l’eterno ritorno a casa, mentre l’unica metropoli italiana torna a riprogettarsi.Perché Di Giugno scarta il decoro narrativo e torna al dato fotografico, alla cellula madre della fotografia, per confezionarla ancora una volta in una nuova simulzione finale. L’azione fotografica si perde in una foresta di cemento, dove gli uomini scappano su elettrobiciclette da raiders, lasciando dietro scie di trap e incubi sociali di cibo consegnato al volo al terziario avanzato; mentre i nuovi schiavi consumano i grassi proteici di chili di arachidi per darsi energia – personaggi immortalati e laccati dal fotografo palermitano. Anche lui, perso e stralunato, nella Milano eterna promessa (sposa di tutti): da Palermo, una Milano palermitanizzata; da Milano, una Palermo milanesizzata. Un grandangolo puntato sull'Italia, incastonato nello spazio delle Officine Bellotti, per abbracciare l'opera di Alessandro Di Giugno, che, tornato a casa, ci invita a spiare un po' della Milano che c’è in noi.
Vincenzo Profeta, Giugno 2025
https://www.cultweek.com/milano-citta-sembianza-a-palermo/?
https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2025/07/milano-fenomenale-alessandro-di-giugno-mostra-palermo-bellotti/?
2024
Solo che amore ti colpisca, Appunti dall’isola plurale, tra poesia e fotografia, a cura di Helga Marsala.
Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo,Real Albergo delle povere.
Palermo.
Opere in mostra
Senza alcun titolo, 2021 2023
Verde, magenta e nero, 2025 2023
«Ricorda che puoi essere l’essere dell’essere / solo che amore ti colpisca bene alle viscere. Ci- tando una celebre lirica di Salvatore Quasimodo e immaginando questo invocato ‘amore’ come motore primordiale, tra le leggi di natura e il regime dell’occhio e dello spirito, fotografia e poesia si specchiano l’una nell’altra. ”Scrittura di luce” la prima, nel suo significato etimologico, ovvero traccia di sé che la realtà produce per mezzo del sole; scrittura luminosa la seconda, “combinazi- one di vocali e di consonanti nella quale è entrata una luce”, per usare le parole di Ungaretti, che in questa luce rintracciava la verità della poesia stessa”: così scrive la curatrice, Helga Marsala, che a proposito del criterio alla base della scelta degli artisti, aggiunge:
«Nell’era della comunicazione, in cui tutto è immagine e tutto esiste in funzione delle immagini, la fotografia – che è stata rivoluzione decisiva nel cuore della modernità – non è semplicemente un linguaggio, ma è cifra stessa, cangiante e multiforme, del reale. Questa mostra sceglie dunque di utilizzarla come spunto concettuale, estetico, filosofico, antropologico, oltre che come pratica artistica. E lo fa includendo anche artisti non fotografi o non esclusivamente fotografi, ad esem- pio interessati al recupero e alla trasformazione di materiali d’archivio. Tutti autori, in ogni caso, scelti per la forza del loro sguardo e per la capacità di sperimentare in modo profondo, personale, perseguendo una qualche forma di poesia».
2023
Senza alcun titolo/Without any title,
Gallerie Space Place, Creative art cluster Samoro, Nižnij Tagil. Ural.
2021
Piccola antologica, testi di Salvo Ferlito
Gallerie XXS. Palermo
L’armoniosa panoramica di Salvo Ferlito, giugno 2020
Immagini apparentemente slegate, magari pure contraddittorie, e tuttavia tenacemente connesse fra di loro da un filo logico e linguistico che ne fa tessere d’un articolato mosaico coerentemente composto in un unico insieme stilistico e narrativo. Un giovane surrealmente mascherato da elefante; degli alberi solitari plasticamente evidenziati da un sapiente gioco chiaroscurale; i componenti di una congrega che esibiscono con inusitata fierezza i simboli della loro appartenenza; tutti scatti a prima vista scollegati – se osservati con superficiale approccio ed incongrua chiave di lettura –, tappe di un percorso artistico che parrebbe all’insegna della casualità e della estemporaneità; e ciò non di meno – a ben vedere – null’altro che capitoli d’una unica e coerente narrazione, ove la peculiare ricerca d’una percepibile omogeneità estetica fa da legante e filo conduttore all’acuta disamina di quanto alberga nella dimensione esistenziale, sociale ed ambientale della contemporaneità. E’ vero che nello “statuto” del fotografare vi è l’incontro casuale col soggetto imperdibile, l’incrocio improvviso col luogo e con l’attimo ideali, l’intuizione immediata del potenziale narrativo insito in un volto, un corpo od un contesto; ma è altrettanto vero che la fotografia è anche “progettazione”, capacità di “costruire” una inquadratura partendo da una “visione preesistente”, ricerca ostinata dell’appropriato “qui ed ora”; e tutto ciò sin dagli albori di questa disciplina artistica – quando la palese filiazione delle foto dai modelli della pittura portava ad una decisa pianificazione d’ogni scatto – e in fondo non meno al giorno d’oggi, in un tempo in cui la manipolazione digitale delle immagini è ormai una prassi consueta e sistematica. L’operare di Alessandro – che non a caso è fotografo colto e intelligente – annovera entrambe le suddette impostazioni: cercare i soggetti più appropriati senza escludere l’ausilio di una alea imperscrutabile e al contempo inserirli in una trama visuale ampiamente cogitata a priori. L’individuazione – apparentemente fortuita – di spunti tematici dai connotati surreali si accompagna così alla meticolosa attenzione per gli assetti compositivi, al frequente ricorso a raffinati effetti di chiaroscuro, alla scelta di accostamenti cromatici equilibrati ed eleganti, alla predilezione per una struttura fabulatoria dai toni ineffabili e paradossali, testimoniando d’un modus operandi in grado di integrare l’improvvisa e inattesa ispirazione con un impianto visivo assai pausato e meditato che mai possa prescindere dalla voluta “costruzione” d’ognuna delle foto. Il tipico incedere da fotoreporter (in termini di mero assorbimento di quanto cade più o meno accidentalmente sotto l’obiettivo) si coniuga pertanto con l’ostinata ricerca dell’inquadratura ideale, operata attraverso un certosino processo di edificazione nel quale convogliare un immaginario affinato alla luce d’una profonda cultura visuale. Questa abituale e consolidata impostazione spiega il perché l’andamento diacronico del fotografare di Alessandro – la cui ricostruzione è alla base di questa “piccola” mostra di carattere antologico – non presenti mai stacchi evidenti o brusche soluzioni di continuità, ma tenda piuttosto ad amalgamarsi in una sorta di “armoniosa panoramica”, ove le immagini paiono comporsi chiaramente in un insieme del tutto sincronico e coerente. Ne consegue che uno scatto di quindici anni fa possa essere accostato in tranquillità ad uno più recente, e questo senza che si apprezzi alcuna visibile cesura o incoerenza estetico-linguistica; piuttosto quella cui si assiste è una riuscita “polifonia visuale”, nella quale si avverte come un senso straniante di assoluta atemporalità; un raccontare (e in fondo un raccontarsi) nel quale non si nota un classico procedere per tappe sequenziali – ove ognuna è obbligata premessa (crono) logica della successiva – ma in cui ciascuna immagine è parte integrante d’un compiuto “ensemble”, sottraendosi del tutto ad ogni stringente distinzione fra ante e post. La “simultaneità visuale” – dunque – è ciò che rende peculiare il lavoro fotografico di Di Giugno; nessuna parvente incongruenza o brusco salto – pertanto – fra la foto di un incombente peschereccio e quella di un totemico cactus, né – tanto meno – fra l’inquadratura di un gruppo di medici atteggiati come i componenti di una corporazione olandese del ‘600 ed i surreali ritratti di giovani dotati di ali di cartone immortalati nell’illusoria attesa d’un libertario volo verso qualche altrove; la cifra stilistica – infatti – è sempre chiara e inoppugnabile, e non soltanto – come detto – dal punto di vista tecnico e formale, quanto piuttosto nei connotati tendenzialmente metafisici dell’impianto narrativo. E’ il pervasivo potere di fabulazione – in definitiva – il carattere comune a tutte queste foto; la loro analoga capacità di irretire l’osservatore, immettendolo in un mondo “altro”; il loro eguale “magnetismo” che prescinde dai particolari di quanto messo a fuoco; il loro esser frutto del meraviglioso artificio che è da sempre alla base delle arti visuali: e cioè di quell’attitudine – che appartiene solo ai veri artisti – a tributare valore estetico e simbolico a qualsiasi oggetto o soggetto, sottraendolo in tal modo alla transitoria dimensione della normalità e della banalità per elevarlo – mediante un’aura suadente ed ineffabile – all’imperituro rango di opera d’arte.
2019
Queste non sono pipe, Autoritratti contemporanei, a cura di Salvo Ferlito.
Opera in mostra
2019
Madonie paesaggi, a cura di Emilia Valenza.
Museo civico, Castelbuono. Palermo.
Opere in mostra
Verde, magenta e nero, 2025 2023
2018
Verde, magenta e nero, testi di Stefania Cordone.
Gallerya Putia, Castelbuono. Palermo.
Opere in mostra
Verde, magenta e nero, 2013 2023
Stefania Cordone, 2018
“Nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma”, eppure, davanti al devastante spettacolo che va in scena ogni anno in Sicilia, quando gli incendi estivi sfigurano il paesaggio indifeso, sembra ci sia solo distruzione. La serie fotografica dell’artista Alessandro Di Giugno è un inedito codice di denuncia di questo abuso stagionale, che costruisce un percorso visivo che ritrae alberi, piante e intere vegetazioni bruciate in immagini ancora verdi, ma non per questo vive. La natura rappresentata viene avvolta da un filtro verde 0,255,0 che trasfigura il paesaggio e scandisce due fasi: dapprima l’illusione - ipocrisia per certi aspetti - che tutto sia “verde”, che tutto sia “ok”. Eppure in fondo amplifica, anticipandola, la capacità rigenerativa della natura, perché tutto ciò che era devastazione è irradiato da un significato positivo, che attiene molto alla Sicilia, quasi sempre in grado di riemergere da ceneri apparentemente irrimediabili. Un lavoro - quello proposta da Alessandro Di Giugno - intorno alla missione stessa della fotografia, al significato e alle modalità distorte della rappresentazione del reale, che in Magenta riesce a fondere componenti destruens con costruens, denuncia con ricerca.
2011
Eterofilia, a cura di Giovanni Iovane
Artista selezionato dall'archivio artisti del S.A.C.S, Sportello per l'arte contemporanea della Sicilia.
Dicembre 2011
Cappella dell'incoronazione, Palermo.




































































